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Sezione Arte Sacra

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La città di San Daniele è costellata da numerosi edifici di culto, databili soprattutto a partire dal XIV secolo, periodo in cui il centro si sviluppò particolarmente, grazie alla posizione strategica lungo la via di collegamento tra l’Europa centrale, il Veneto e l’Adriatico. Testimonianze di strutture religiose più antiche, inquadrabili in un orizzonte di XII – XIII secolo, sono ricostruibili per la chiesetta di Sant’Andrea e per l’edificio titolato a San Daniele, sorto sulla sommità del colle occupato dal castello, a fronte di alcuni rilievi lapidei rinvenuti nel corso di indagini archeologiche nell’area dopo il sisma del 1976.

L’importanza che tali luoghi di culto hanno assunto nel tempo è testimoniata dal pregio delle opere d’arte realizzate per essi: dalle pale d’altare agli altari lignei, dagli affreschi ai dipinti su tela e ai bassorilievi lapidei.

Accanto al loro valore estetico, queste opere rivestivano una funzione divulgativa: la necessità di diffondere il verbo divino a tutte le genti era, infatti, prioritaria e giustificava la presenza cospicua di immagini, giunte a noi solo in parte e in alcuni casi non integre.

Molti di questi manufatti confluirono nel Museo dopo il terremoto del 1976, a causa dei danni subiti dalle strutture religiose che li ospitavano; alcune di esse non sono più conservate, come la chiesa di San Francesco, abbattuta negli anni Sessanta del secolo scorso, mentre altre sono ancora visitabili.

La chiesa di San Francesco

In Duomo, ad esempio, rimane una splendida Trinità di Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone, oltre a tre bozzetti di Giovan Battista Tiepolo. Il ciclo di affreschi che coprono parte delle pareti e il coro della chiesa di San Antonio, attribuiti a Martino da Udine, detto Pellegrino da San Daniele, valgono un viaggio a San Daniele, in quanto rappresentano il più importante ciclo rinascimentale conservato in Friuli.

L'altare del Thanner

L’intagliatore bavarese Leonardo Thanner, attivo in regione tra il 1465 e il 1498, realizzò per l’altare maggiore della chiesa di Santa Maria della Fratta quest’opera, composta da sette figure,

probabilmente inserite in origine in una struttura architettonica ora non conservata.

La predella è suddivisa in cinque archi a tutto sesto, all’interno dei quali sono inserite le immagini a mezzo busto di alcuni santi.

Dal punto di vista iconografico, siamo di fronte al planctum magnum, il ‘grande pianto’, ossia al momento della passione di Cristo in cui una serie di personaggi si raccoglie, profondamente provata dal dolore, intorno al figlio di dio tenuto in grembo dalla Santa Madre: la Veronica è collocata vicino alla testa del morto, mentre la Maddalena ai suoi piedi.

La crocifissione cd. Fontanini

Viene attribuito ad ambito veneto, verso gli inizi XVI secolo, il dipinto su tela conosciuto come La crocifissione cd. Fontanini, collocato nella canonica del duomo di San Michele Arcangelo a San Daniele.  Il Cristo è raffigurato ormai senza vita, con il capo reclinato verso destra, come da tradizione, e il volto coperto di sangue; il crocifisso incombe, occupando l’intera larghezza della tela. Il pettirosso a terra richiama la leggenda secondo cui un uccellino avrebbe cercato di

alleviare le sofferenze di cristo strappandogli con il becco le spine della corona. Così facendo si sarebbe macchiato per sempre il petto con sangue del crocifisso.

Sulla destra è visibile lo stemma nobiliare della famiglia locale dei Fontanini, caratterizzato dalla presenza di una fontana a cui si abbeverano due leoni.

Il polittico

Un’altra pregevole opera in mostra è il polittico Cristo imago pietatis, di ambito veneziano, datato al XV secolo: si tratta di una pala d’altare costituita da singoli pannelli racchiusi da una cornice, al fine di dare all’opera una struttura architettonica. L’esemplare sandanielese, realizzato in legno intagliato e dorato, si articola su due ordini sovrapposti e spartiti in nicchie: sulla colonna centrale svetta una cupoletta, mentre una serie di guglie e pinnacoli si stagliano sui due lati, superiormente. La base è alleggerita da un raffinato traforo. Sotto la Madonna compare la scritta Donatus Bagatinus MDLVII, da riferirsi ad un probabile restauro o doratura.
Fra il XIV e il XV secolo i soggetti rappresentati nei vari scomparti dei polittici erano scelti e disposti secondo un preciso programma iconografico, in modo da collocare le figure più importanti nella parte centrale. La presenza prevalente della Madonna con Bambino al centro aveva lo scopo di evocare l’opera della chiesa/madre che concepisce e offre Gesù nell’eucaristia. Il sacrificio eucaristico veniva invece esplicitamente ricordato in una o più raffigurazioni della passione, come nel caso del polittico di San Daniele. La raffigurazione dei santi consentiva di rendere onore al santo o ai santi cui l’altare o l’edificio era titolato o per i quali si nutriva particolare venerazione.

Adorazione dei Magi

All’esterno dell’abside della Chiesa di San Daniele in Castello, sulla sommità del colle di San

Daniele, è collocata la copia di questo bassorilievo lapideo raffigurante l’Adorazione dei Magi.

L’edificio di culto ora visibile risale al XVIII secolo, ma gli scavi archeologici degli anni Ottanta del secolo scorso portarono all’individuazione di alcune strutture religiose ad esso precedenti, di cui la più antica si data alla fine dell’VIII – inizi IX secolo d.C.  Il nostro bassorilievo, forse opera di un lapicida locale, viene ricondotto ad una fase posteriore, collocata da Luca Mor intorno al XII -XIII secolo.

La resa plastica è stilizzata al massimo, mentre lo schema narrativo sembra rimandare a modelli più illustri: la Vergine è seduta frontalmente sulla destra con il Bambino in braccio. L’Infante è rivolto in atteggiamento benedicente verso dei Magi, rappresentati in scala ridotta e con le braccia sollevate per le offerte.

San Martino a Rive d'Arcano

Gli scavi nella pieve di San Martino hanno dimostrato che l’edificio sorse su un’area precedentemente occupata da un insediamento rustico romano.

 

In origine si trattava probabilmente di una piccola cappella privata, di forma rettangolare, con abside semicircolare ad est, nata come luogo di sepoltura dei suoi fondatori che si fecero deporre in un atrio rettangolare posto davanti alla chiesa, verso ovest. Era infatti abbastanza comune in epoca paleocristana, soprattutto tra V e VI secolo, che i primi edifici di culto cristiani nelle campagne nascessero per iniziativa dei proprietari terrieri sui loro fondi e con funzione di mausolei, cioè di luoghi di sepoltura privata o familiare.

 

Nel corso dei secoli questi oratori potevano però assumere anche un ruolo di riferimento per la comunità circostante. Così è successo anche a Rive d’Arcano nell’altomedioevo, tra VIII e IX secolo, quando la chiesa fu ampliata e la sua parte presbiteriale fu abbellita da una recinzione con elementi in pietra e marmo scolpiti con i caratteristici motivi del periodo tardolongobardo. Anche l’altare fu spostato e posto sotto un tegurio, vale a dire una specie di baldacchino rettangolare in pietra composto da quattro archetti posti su colonne. I resti di un ambone in pietra riccamente decorato indicano che nella chiesa era prevista la lettura dei testi sacri.

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Ad un certo momento attorno all’edifico venne costruito un muro, individuato solo per una limitata porzione dietro l’abside: sembra ricordare una di quelle cortine che circondavano molte chiese friulane nel medioevo. In questo periodo la chiesa di San Marino, ricordata come pieve a partire dal 1184, doveva svolgere una funzione importante per la popolazione circostante.

Nella seconda metà del XII secolo furono infatti realizzate delle modifiche all’edificio, senza però cambiarne la forma. All’interno dell’aula, che accoglieva i fedeli, venne probabilmente posto un soppalco in legno e un sedile in muratura attorno ai perimetrali, mentre un muro separò la zona presbiteriale, il luogo più sacro della chiesa, dove il sacerdote svolgeva le funzioni liturgiche. Alcune tombe, rinvenute dietro l’abside, testimoniano l’esistenza di un cimitero che si sviluppò anche in seguito quando, verso la fine del XII -inizi del XIII secolo, venne costruita una nuova abside nel cui pavimento furono riutilizzati i pezzi scultorei altomedievali.

Tutta l’area presbiteriale venne decorata da affreschi dei quali rimangono alcuni fregi vegetali che dovevano incorniciare dei riquadri con scene figurate. Durante la seconda metà del XIV secolo venne realizzato, probabilmente nell’abside, un nuovo ciclo pittorico, le cui tracce sono emerse dai numerosi frammenti di affresco recuperati nello scavo. Doveva raffigurare una teoria di apostoli sovrastati da un cielo stellato entro cui, probabilmente, vi era anche un Cristo in trono, secondo il tema iconografico più comune nell’epoca per la decorazione del catino absidale.

Un rinnovamento delle pitture parietali dell’arco trionfale si verificò anche nel XV secolo, caratterizzata dall’uso di motivi geometrici, scacchi e mensoloni che incorniciavano riquadri a finti marmi.

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Tra fine XV e XVI secolo la chiesa fu ampliata verso est con la costruzione di un nuovo grande presbiterio di forma poligonale al cui centro venne posto l’altare in pietra commissionato a Carlo da Carona. Furono aggiunti anche una sacrestia sul retro, il campanile sul lato sud e, all’interno, alcuni altari e uno spazio per il fonte battesimale presso l’entrata. Alcune tombe di persone illustri vennero poste nella chiesa. La struttura religiosa, pur perdendo nel corso del tempo la sua importanza, anche perché lontana dai centri abitati, continuò ad essere utilizzata fino ai nostri giorni, subendo alcuni rifacimenti pavimentali tra cui quello in cui è inserita la data del 1848.

La chiesa di San Daniele in castello

Momento cruciale per lo sviluppo del sito posto sulla sommità dell’altura, nel cuore dell’attuale centro abitato, pare essere stata l’età carolingia, verso la fine dell’VIII – inizi del IX secolo, quando venne costruita la prima chiesa di San Daniele, probabilmente all’interno di un insediamento fortificato, che precedette il castello bassomedievale, e in prossimità del suo muro di cinta.

Era un edificio molto semplice dal punto di vista architettonico, composto da un’aula rettangolare con terminazione orientale rettilinea, senza abside, come osservato anche in altre chiese friulane.

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Al suo interno, nella parte est dell’edificio, il settore del presbiterio dove era collocato l’altare era delimitato da transenne in calcare, scolpite con il caratteristico motivo ad intreccio, tipico del periodo. Secondo Fabio Piuzzi, che diresse lo scavo, all’interno del quale emergerebbe il singolare profilo di un pesce Il ritrovamento di una tomba, in posizione centrale, presso la facciata, testimonia la sepoltura privilegiata di un personaggio di rilievo, che si fece seppellire nella chiesa: è anche probabile che avesse avuto un ruolo nella sua fondazione.

L’edificio subì una totale ricostruzione in età romanica con l’aggiunta di tre absidi ad oriente e l’ampliamento dell’aula, verso sud, suddivisa in tre navate. In questa fase l’ingresso era sul lato meridionale. L’aula e il presbiterio, separati da una balaustra, avevano un pavimento in lastre di pietra mentre nelle absidi era in semplice conglomerato di malta. Attorno alla chiesa si era andato sviluppando un cimitero, segno che il luogo di culto doveva rivestire una qualche funzione per la cura delle anime, per lo meno in relazione alla sepoltura dei defunti. Nel XIII secolo, periodo in cui la chiesa di San Daniele compare nella documentazione scritta (1247) tra le pievi dell’arcidiaconato superiore, l’edificio venne ristrutturato con la creazione di un atrio e lo spostamento dell’accesso sul lato ovest, mentre un locale adibito a sacrestia fu posto sul lato settentrionale. Venne anche rinnovata la pavimentazione: in cocciopesto nell’aula, mentre nelle absidi e nel presbitero fu creato un lastricato in pietra, riutilizzando parte di sarcofagi tardoromani e sculture carolingie.
Un pozzetto individuato nella navata settentrionale, presso cui è venuto alla luce un deposito di olle (vasi) in ceramica, è stato interpretato come sacrarium, utilizzato per lo smaltimento dei liquidi e degli oggetti sacri.
Il ritrovamento di un fornetto per la realizzazione di una piccola campana ha invece suggerito l’esistenza di una cella campanaria, probabilmente nella torre presso l’atrio: essa potrebbe rappresentare una più antica struttura di fortificazione inglobata poi nella chiesa. L’edificio subì altri interventi di ristrutturazione nel XV secolo, con lo spostamento della sacrestia sul lato sud, ma senza altre trasformazioni della sua forma.

Una radicale modifica della zona presbiteriale, con l’eliminazione delle tre absidi, sostituite da una terminazione rettilinea, avvenne invece nel XVII secolo, prima della completa ricostruzione della chiesa, effettuata nel XVIII secolo, secondo un nuovo orientamento, in senso nord-sud, come ancor oggi si può vedere.
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